25 NOVEMBRE, La giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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25 Νοεμβρίου, 2016 | από JOURNALIST.gr

►di Stefania Marcotti

IL CICLO DELLA VIOLENZA

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Stefania Marcotti

Con gli anni ’70 il riconoscimento della ciclicità delle fasi di violenza avviene con lo studio del «Ciclo della Violenza» di Leonor Walker, e più avanti, negli anni ’90, con l’approfondimento di Pence e Paymar, la «Power and Control Wheel» (Ruota del Potere e del Controllo).

Sono entrambi rappresentazioni di un circuito che si sviluppa nel corso del tempo, in modo graduale. Questo circuito inizia, in modo soft ed a spot, con violenze verbali o atteggiamenti svalorizzanti nei confronti della donna, che via via si intensificano. La successione rapida di questi eventi porta progressivamente l’uomo di casa maltrattante a passare dalle violenze verbali a quelle fisiche, psicologiche, economiche e, non ultime, quelle sessuali, fino anche ad esplodere nel femminicidio.

Il ciclo del l’abuso o ciclo della violenza segue una progressione ben precisa e si protrae finché il conflitto non si estingue, solitamente quando la vittima abbandona la relazione. Può esplicarsi in centinaia e centinaia di atti di violenza durante la relazione è la sua caratteristica è che può riattivarsi nel giro di ore, giorni o anni; il tempo non è una componente essenziale, gli intervalli di tempo fra un episodio e l’altro diminuiscono, nel corso della relazione, tanto da rendere a volte quasi impercettibile la fase della latenza.

Le fasi sono individuabili in tre grossi gruppi: l’attivazione della tensione o fase di crescita della tensione (Tension Building), il maltrattamento o abuso vero e proprio (Incident), la luna di miele o fase di calma (Reconcilation).

L’attivazione della tensione è caratterizzata da un sovraccarico negativo della tensione nella coppia, dovuta a:

– cattiva o scarsa comunicazione tra le parti
– culmine delle aggressioni verbali allo scopo di controllare la vittima
– paura per un eventuale scoppio d’ira.

In questa fase l’aggressore si giustifica colpevolizzando la donna, dichiarando che è stata lei a provocarlo o affermando di aver perso il controllo di sé. La vittima stessa, in questa fase, minimizza e giustifica, declassificando a episodi sporadici e momentanei, convinta di poter cambiare il proprio compagno, salvaguardando l’unione. La donna qui rifiuta l’idea stessa di essere la vittima e non riconosce come aggressore il proprio compagno.

La fase del maltrattamento, o abuso vero e proprio, è la fase del dominio violento, che può essere fisico, psicologico, con mezzi di coercizione ecc. Le violenze fisiche si traducono in pugni, calci, sberle, spintoni, tali da rendere spesso necessario l’intervento sanitario/pronto soccorso: la vittima ai sanitari mente per paura o vergogna e giustifica le lesioni, di solito, dicendo che se le è procurate da sola.

È il momento in cui la donna corre i pericoli maggiori, incomincia a prendere consapevolezza del rapporto malsano, ma non vede vie d’uscita. Inoltre si rende conto che quello che aveva pensato nella prima fase, cioè che potrà in futuro cambiare il suo aggressore, è cosa vana. Questa è anche la fase in cui donne coraggiose incominciano a chiedere aiuto all’estero, oppure scappano e/o iniziano a difendersi. Oppure, se si sentono costrette per vari motivi, di solito la presenza di figli, a continuare, la convivenza cercherà di sopravvivere.

La terza fase, la luna di miele e attenzioni amorevoli, è la fase latente di calma apparente e si divide grossomodo in due fasi:

– la fase delle scuse e delle attenzioni amorevoli
– lo scarico della responsabilità.

Spesso s’intersecano.

Nella prima sotto fase, la persona violenta mostra segni di pentimento, vorrebbe tornare indietro e spesso promette di cambiare il proprio comportamento. Si dimostra dolce, premuroso, attento ed è disponibile a terapie di coppia. A volte per indurre la donna a non lasciarlo minaccia il suicidio. Si comporta come i primi anni della relazione, facendo appello all’amore e al senso di responsabilità della vittima. La vittima, di solito, ritorna sulle sue decisioni di finire la relazione sperando in un futuro migliore. La persona violenta arriva a fare pressione presso amici e parenti della vittima, affinché gli sia concessa un’altra chance.

Nella sotto fase dello «scarico della responsabilità», i comportamenti violenti vengono attribuiti a fattori esterni:

– problemi di alcol
– problemi al lavoro
– situazioni esterne alla relazione particolarmente pesanti.

Oppure viene colpevolizzata la vittima che ha fatto o non fatto qualcosa che ineluttabilmente ha provocato l’atto di violenza. Nella vittima insorgono i sensi di colpa, tanto che si auto convince di essere lei la causa delle aggressioni per non essere stata come l’aggressore voleva o si aspettava. È il momento dell’adattamento, da parte della vittima, alle implicite imposizioni nella speranza di non dare l’avvio ad altri momenti violenti.

Se la vittima, a questo punto, non fa qualcosa per tirarsi fuori si ritrova a dover rivivere la spirale violenta già ormai iniziata. Gli intervalli, nel tempo, come detto all’inizio, saranno sempre più stretti e non si percepirà più, all’interno di questa dinamica, la distanza temporale tra una fase e l’altra, prima descritte. I tempi si stringono talmente tanto da saltare la fase latente della «luna di miele» e della «crescita della tensione», tanto da diventare un continuum della fase di «abuso e maltrattamento». La richiesta di perdono e di scuse, all’aggressore non servono più per giustificare gli episodi ravvicinati di violenza, diventano un «dovuto vivendi», ritiene superfluo motivarli.

Le vittime arrivano a questo punto anche dopo molti anni di violenza cronica, sviluppano un legame che viene definito «ambivalente», dove il subito le porta a sentirsi inermi e inefficienti, sottostando ad un rapporto di dipendenza dalla persona violenta, diventa succube di una sorta di Sindrome di Stoccolma.

Quello che fa durare il malsano rapporto a lungo, oltre la convinzione del bene degli eventuali figli, è la credenza della vittima di essere l’unica responsabile della situazione. Se uno dei motivi del non allontanamento sono i figli, è perché la vittima si vergogna di mostrarsi debole ai loro occhi, e pensa che con un allontanamento non riesca  a provvedere né ai figli, né a se stessa.

A proposito di figli, il prossimo articolo parlerà proprio della cosiddetta «violenza assistita» che coinvolge migliaia di minori che si ritrovano a vivere da spettatori, e non solo purtroppo, dinamiche di violenza come sopra descritte, nella loro famiglia.

►Prima pubblicazione sul nelfuturo.com


►FOTO: Gaetano Salerno (1955 – Mazara del Vallo) – Violence against women

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